C’è un vuoto di cultura politica e di proposte che fa impressione, anche se lo si poteva intuire prima del 4 marzo. Il vuoto avvolge non solo la contingenza ma pure i temi di più ampio respiro della riforma della politica, che pure erano squadernati già nei primi anni Duemila
scritto da ALDO GARZIA

La sinistra non riesce a prendere le misure alla propria sconfitta elettorale e all’opposizione di cui ci sarebbe bisogno (non riesce a farla né “tosta”, né “à la carte”). Anzi – come ha scritto Guido Moltedo su questa rivista – rischia di essere risucchiata nelle sue illusioni: dividere Lega e M5S lavorando solo sulle loro contraddizioni pur indubbie, appoggiare qualche tentazione “sovranista” sull’Europa o sull’antipolitica rivelando così la propria tabula rasa ideale (Salvini ha ammiratori insospettati anche lontano dalla Lega), rintuzzare con qualche inseguimento il dilagare di un consenso di massa – almeno per ora – alla coalizione giallo-verde.

A sinistra c’è quindi un vuoto di cultura politica e di proposte che fa impressione, anche se lo si poteva intuire prima del voto del 4 marzo: troppi zigzag, troppe divisioni, troppi personalismi, mix micidiale tra crisi economica dal 2008 e responsabilità di governo un po’ incolore. Manca perciò quell’autonomia culturale e politica che è la precondizione di una ricostruzione.

Il vuoto poi avvolge non solo la contingenza ma pure i temi di più ampio respiro della riforma della politica, che pure erano squadernati già nei primi anni Duemila. Anzi, in quella stagione c’è stato un gran fiorire di discussioni di cui si è persa memoria.

Proprio intorno al 2002, per esempio, anno della grande manifestazione della Cgil cofferatiana a Roma sui diritti (articolo 18 e dintorni), c’era un animato confronto su come rifondare i partiti e i sindacati, aprirli alla società, superarne la separatezza istituzionale modificando l’anchilosato e vetusto agire politico, le “forme” stesse della politica e del consenso non rinunciando a proporre allo stesso tempo coerenti riforme costituzionali.

Vi era allora la consapevolezza di essere giunti al limite, oltre il quale in caso di non correzioni sarebbe crollato il castello stesso della politica. L’allarme era stato lanciato perché partiti e politica sembravano al collasso, in modo addirittura più grave che al tempo di Tangentopoli non avendo imparato la lezione neppure in quella occasione. 

Sergio Cofferati e Giovanni Berlinguer s’impegnarono in particolare nel promuovere l’Associazione Aprile, che fu l’esperimento di uno stare dentro e fuori dai Democratici di sinistra (Ds) chiedendo a forze sociali e individualità di partecipare alla vita democratica di un’area politica senza particolari vincoli di partito. Era l’idea che il “partito” classico non bastasse più: bisognava innovare, ricercare, cambiare.

A un certo punto però tutto si è interrotto in una sorta di corto circuito. Si è scelta la scorciatoia di dar vita al Partito democratico con flebili opposizioni pensando che il problema si potesse risolvere trasformando l’alleanza dell’Ulivo in partito con suggestioni clintoniane (Cofferati andò disciplinatamente a fare il sindaco di Bologna rinunciando all’opzione del Partito del lavoro e il corso degli eventi a sinistra non cambiò con la soddisfazione congiunta di D’Alema e Bertinotti che coltivavano i loro orti senza mettersi in discussione).

I media in genere (e la destra) hanno invece continuato a battere i tasti contro la politica, i politici, le istituzioni, eccetera eccetera, evidenziandone senza pietà contraddizioni, incongruenze e corruzioni non preoccupandosi con scarse reazioni di proporre alternative. Indiscriminatamente dai talk show in tv a trasmissioni radio tipo “Un giorno da pecora” c’è stata una sinfonia martellante che dura tuttora. Il risultato è ora lampante, il re è davvero nudo. E gli anticorpi sono difficili da rintracciare per contrastare la destra che galoppa a passo di Lega. Ma bisogna farlo.

Opposizione, perché la sinistra non sa più farla ultima modifica: 2018-06-24T13:27:05+00:00 da ALDO GARZIA

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